locandina-ver

RECENSIONE

Tra le vie residenziali della Londra benestante, Anne si reca a far visita al padre Anthony nel suo appartamento. L'uomo, ottantenne, è rammaricato quando la figlia gli annuncia un prossimo trasferimento a Parigi per raggiungere l'uomo che ama, e chiede cosa ne sarà di lui. Poco dopo, sempre in casa sua, Anthony trova un uomo seduto a leggere il giornale, il quale sostiene di essere il padrone di casa e il marito di Anne. Pur vivace e a tratti ben lucido, Anthony mostra sintomi del morbo di Alzheimer, dimenticando fatti, luoghi e persone. Nel rapporto con i suoi familiari e con la giovane badante Laura, ultima di una lunga serie, la vita di Anthony prosegue per frammenti confusi che la sua mente non riesce più a ricomporre. Al centro dell'approccio di Zeller c'è il rovesciamento della prospettiva vista in opere simili (come Still Alice), trascinando il pubblico dentro la mente fallace del suo protagonista invece di osservarne le conseguenze e il deterioramento dall'esterno. E dunque spazio a situazioni e informazioni confusionarie, personaggi improvvisamente interpretati da nuovi attori, e un generale rifiuto della progressione narrativa comunemente intesa. Senza spiegazioni, e utilizzando la scena come orizzonte invece della storia. Adattando una piece teatrale da lui stesso scritta (e di gran successo sui palcoscenici di Parigi, Londra e New York), Zeller cesella alla perfezione il ritorno ritmico di certi oggetti - l'amato orologio, il pollo per cena, il dipinto di una figlia perduta - e di alcuni eventi, tra cui un divorzio, un trasferimento all'estero e la "minaccia" di una casa di cura, che di continuo si ri-assemblano come nuove promesse e tradimenti agli occhi sperduti di Anthony. Un espediente che funziona, ma che come a teatro sarebbe sterile senza una grande interpretazione centrale. The Father è allora soprattutto il veicolo che dà a Anthony Hopkins uno degli ultimi straordinari ruoli della sua carriera, che gli è valso un secondo Oscar come Miglior Attore dopo quello per Il silenzio degli innocenti. Un personaggio che si chiama come lui (Zeller ammette di averlo portato sul grande schermo proprio per donarlo a Hopkins) e che all'inizio strizza l'occhio alle tante figure intellettualmente dominanti e in fondo un po' sprezzanti già interpretate in passato, da Lecter all'amato Lear, ma che presto si ritrae in una vulnerabilità trasparente che strappa il cuore. È anche una recitazione insolitamente fisica, articolata a più livelli su tutto il corpo in ogni istante di girato.